mercoledì 28 dicembre 2011

Scusi, per casa mia ?

Per arrivarci, in piazza, basterebbe chiedere, ma la probabile assenza di donne disponibili fa optare per un'altra scelta, seguire intuitivamente un percorso disegnato strada facendo, quasi sicuri di arrivare, per la piu' percorsa se non per la piu corta.
In auto e' un caos stupido, ma a piedi il centro storico e' piccolo, superata con attenta distrazione la zona di palazzotti dalla modernita' tradita, alberi imprigionati in vasi sotterranei nascosti da colate di cemento e negozi di prossima chiusura, si attraversa in meno di mezz'ora, compresa una piccola pausa per un'occhiata veloce a quel paio di scarpe sexy studiate con morboso desiderio da quella bellissima ragazza, alta, dal profilo entusiasmante, esaltato da tutte le parti del vestito che un noto, malizioso e abile stilista le ha evitato di indossare.
Assediato da una cintura di parcheggi, dove e' saggio pur se poco virile abbandonare l'auto ad un destino incerto, il reticolo di strade viottoli e porticati accompagna con una certa discrezione, di fatto e' quasi impossibile perdersi, a meno che non lo si riconosca. Al termine del percorso appena dimenticato, che non sara' facilmente ripercorribile a ritroso, la piazza cede quasi meta' della sua superficie per un parcheggio asfaltato che ha avuto la meglio su tutto, con l'unica eccezione del mercato del sabato mattina. In quello che era il centro geometrico del rettangolo di ciotoli, una fontana a base ottagonale sembra dover fare da fulcro per una improbabile rotazione dell'intero paese, tale e' la sua apparente robustezza. Tutto lo spazio libero termina bruscamente a ridosso della maestosa parete di un antico edificio reso vecchio e malandato da una infinita serie di "moderni interventi di consolidamento" chiamato curiosamente dai locali con un nome femminile: La Rocca. Nel lato opposto un porticato tozzo e altrettanto elegante protegge dalle leggere piogge autunnali una serie ordinata di portoni progettati per non essere mai aperti. L'unico accesso assennato e' effettivamente quello scelto, ma in poco tempo ci si accorge che non si e' arrivati, questa e' la sala per le cerimonie, le poltrone hanno il lacero foglio trasparente di protezione e tutto e' in rassegnata attesa di un qualche, pur triste evento. Non che me ne fossi dimenticato, ma 25 anni fa, quando ero giovane e principe, non era qui che osservavo la gente dall'alto della mia panchina, rimuginando felici tristezze, nell'attesa di scorgere il suo profilo che appariva tra la folla per venirmi incontro. La vera piazza, quella viva, di consumata bellezza, e' in realta' l'intersezione allargata di 4 vie e un viottolo coperto, non molto lontano da qui, anzi vicino. Ci si puo' arrivare da piu' parti ma il modo che preferisco passa dalla via sorella a quella di arrivo, anche perche' e' leggermente in discesa. Nella direzione giusta, una parata di vetrine sul lato destro, in contrasto con l' alternanza di luci e ombre del porticato opposto. Ancora scarpe, orologi, indumenti indossati con tranquilla disinvoltura da personaggi che ci osservano non curanti del nostro passaggio, a cui invidiare tutto. Una possibile deviazione verso un piccolo cortile circondato da pareti ignare del concetto di ortogonalita', induce una sosta dubbiosa, probabilmente anche a causa del fatto che vi si puo' osservare un piccolissimo cielo, e un balcone la cui totale inutilita' deve averlo reso indispensabile alla compiutezza estetica del progetto del locale, dove si potrebbe accedere facilmente con un minimo di agilita' felina. Alcune finestre sono disposte in modo da non far pensare a nulla di preciso, solo una, con gli scuri aperti, offre un'accogliente visuale panoramica sullo studio dell'appartamento in centro dei miei sogni, infatti e' ordinatamente arredato. L'ultimo tratto lo si percorre accorgendosi di rallentare, o almeno desiderandolo, anche perche' la destinazione appare vicina, e lo stesso porticato che prima appariva invitante adesso sembra un po' troppo opprimente, quasi claustrofobico, sicuramente a causa dell'abbassamento delle arcate, dell'aumento repentino della discesa e della quasi totale mancanza di ulteriori possibili deviazioni. il disagio appare poi eccessivo quando, superato l'ultimo arco, ci si accorge che la punta acuta del campanile alza il cielo virtualmente all'infinito. La destinazione, raggiunta, sembra rivelarsi una partenza, uno spavento. Da qui sembra possibile qualsiasi ulteriore direzione e destinazione se non fosse che nel frattempo credo proprio di essermi perso.

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